Nell'anno 399 a.C., Socrate fu processato ad Atene con due accuse: non credere negli dei della città, introducendo divinità nuove, e corrompere i giovani. La lettura più comune tratta questo fatto come pura persecuzione, mossa da ignoranza o invidia. È più giusto, verso la città e verso il caso stesso, guardare anche a ciò che Atene vedeva.
Le due accuse
La prima accusa aveva due parti che andavano insieme: Socrate, si diceva, non riconosceva gli dei tradizionali della città, e per di più ne introduceva di nuovi al loro posto. La seconda diceva che corrompeva i giovani, formando, tra i ragazzi che lo seguivano per la città, una generazione che imparava a mettere in discussione tutto ciò che la generazione precedente dava per scontato.
Nessuna delle due nacque dal nulla. Socrate passava davvero le giornate a interrogare politici, poeti e artigiani, mostrando a ciascuno che sapeva meno di quanto pensasse di sapere, e lo faceva davanti a giovani che guardavano e ridevano. E diceva davvero di sentire, fin da bambino, un segno interiore che non veniva dagli dei della città.
La città che giudicò
Bisogna essere giusti con Atene qui, perché la caricatura del tribunale ignorante non aiuta a capire nulla. La città era reduce da una guerra persa contro Sparta e da una tirannia sanguinaria ancora fresca nella memoria di chi votava. Era un'Atene insicura delle proprie fondamenta, che vedeva un uomo passare le giornate a mostrare in pubblico che le certezze su cui si reggeva non resistevano all'esame.
Quanto a quell'effetto, l'accusa aveva ragione. Era davvero corrosivo, nel senso esatto della parola: dissolveva certezze che non resistevano alla domanda successiva. L'errore di Atene non fu vederlo. Fu concludere che la risposta giusta era uccidere chi lo vedeva.
Il daimonion, e cosa non era
Quanto alle "divinità nuove", Socrate diceva di sentire, fin da bambino, un segno interiore che chiamava daimonion. Vale la pena dire cosa fosse, perché quasi sempre viene raccontato male: quel segno non gli ordinava mai di fare nulla. Lo tratteneva soltanto. Non era ispirazione, era un freno, ed è molto diverso da una voce che ordina azioni, il che sarebbe stata di fatto una divinità in concorrenza con quelle della città. Per gli accusatori, la differenza non contava: un segno che nessun altro sentiva bastava già come prova di una divinità nuova.
L'esilio rifiutato
Condannato con un margine di voti risicato, Socrate ebbe il diritto, secondo l'usanza ateniese, di proporre la propria pena. La via d'uscita ovvia era l'esilio, che il tribunale accettava quasi sempre: bastava accettare di vivere in silenzio in un'altra città. Rifiutò, ed è in quel rifiuto, raccontato con più dettagli nell'Apologia di Socrate, che si trova la frase che lo avrebbe reso celebre.
Capire l'accusa dal lato di Atene non assolve la sentenza. Assolve, questo sì, la città dalla caricatura del tribunale cieco, e restituisce al caso ciò che lo rende interessante ancora oggi: non fu un errore di giudizio su un uomo innocuo, fu una città reale che reagiva a un uomo che davvero muoveva il terreno sotto i piedi di chi lo ascoltava.
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Quali erano le accuse contro Socrate?
Due: non credere negli dei della città, introducendo divinità nuove, e corrompere i giovani. Fu processato ad Atene nel 399 a.C. e condannato con un margine di voti risicato.
Perché Atene condannò Socrate?
La città era reduce da una guerra persa e da una tirannia sanguinaria, e vedeva un uomo mostrare in pubblico, ogni giorno, che le certezze su cui si reggeva non resistevano all'esame. Quanto a quell'effetto, l'accusa non sbagliava: era davvero corrosivo.
Cos'era il daimonion di Socrate?
Un segno interiore che diceva di sentire fin da bambino, e che gli accusatori presero come la "divinità nuova" dell'accusa. Al contrario di quanto si racconta di solito, non gli ordinava mai di fare nulla: lo tratteneva soltanto.
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