L'Odissea, di Omero: riassunto e analisi

Lezione di origine: Odisseia, de Homero

L'Odissea, di Omero, non è la storia di un viaggio: è la storia di un uomo smontato pezzo per pezzo e poi ricostruito. Il riassunto che segue mantiene l'ordine esatto in cui il poema lo racconta, dal canto I al XXIV, perché quell'ordine fa parte dell'argomento stesso. Omero non narra i vent'anni di Odisseo, o Ulisse, i due nomi indicano lo stesso eroe, in sequenza cronologica, e la differenza tra l'ordine dei fatti e l'ordine del racconto è una delle decisioni più intelligenti della letteratura occidentale.

Cosa significava "essere qualcuno" nel mondo di Omero

Per capire la portata di quello che accade a Odisseo, aiuta sapere cosa significava essere qualcuno nel mondo greco che il poema racconta. Lì l'identità non è una sensazione interiore: è una cosa pubblica, fatta di quattro pezzi, il nome, la stirpe, la terra e il passato, cioè ciò che gli altri raccontano di te. Nessuno dei quattro dipende solo dalla persona. Tutti e quattro dipendono dal fatto che qualcuno ti riconosca. È esattamente questo che l'Odissea fa al suo protagonista: gli toglie i quattro pezzi, uno alla volta, e glieli restituisce in ordine inverso.

Già nel primo verso, Omero chiama Odisseo polýtropos, "l'uomo dai molti volti", o dalle molte vie: vie nel senso di cammini, e vie nel senso di modi. La sua eccellenza non è la forza, che era quella di Achille, morto giovane nell'Iliade. È l'ingegno, la métis, l'intelligenza che risolve il problema con quello che ha a disposizione, sul momento, non un istante dopo.

Vale la pena notare anche una curiosità sui nomi. "Ulisse" non è la traduzione di Odisseo: è una forma arrivata all'italiano tramite il latino, a sua volta derivato da una variante greca con la "l" che gli etruschi trasmisero a Roma. I due nomi indicano lo stesso uomo, ed è per questo che si cercano sia "Odisseo" sia "Ulisse" quando l'argomento è questo poema.

Canti I-IV: la Telemachia, quando l'eroe non è ancora comparso

L'Odissea non comincia con Odisseo. I primi quattro canti, noti come la Telemachia, riguardano suo figlio. Telemaco aveva pochi mesi quando il padre partì per la guerra, e ora è un ragazzo di vent'anni, dentro casa propria, circondato da pretendenti che corteggiano la madre, mangiano il bestiame della famiglia e si contendono il trono, contando sul fatto che lui non faccia nulla. E lui non fa nulla, non per codardia: perché non ha mai avuto un padre, e in un mondo in cui l'identità è anche stirpe, un ragazzo che non conosce il proprio padre è un uomo a metà.

Atena, la dea dell'intelligenza, decide di agire, e non agisce da dea: assume le sembianze di un vecchio amico di famiglia, Mente, per consigliare al ragazzo di convocare l'assemblea e partire in cerca di notizie del padre. Quando Telemaco salpa, lei torna sotto una seconda forma, quella di un uomo chiamato Mentore, il nome da cui viene la parola ancora oggi usata per chi guida senza risolvere il problema al posto tuo.

Nota l'ingegneria del poema: mentre il padre viene smontato lontano da lì, perdendo navi, compagni e nome, il figlio si va costruendo a Itaca, guadagnando voce e coraggio. I due movimenti corrono in direzioni opposte, e si incontrano a metà del libro.

Canti V-VIII: i sette anni con Calipso e il naufragio tra i feaci

Solo nel Canto V, quasi un quinto del poema, l'eroe finalmente compare, e quel passaggio merita una lettura a parte: Odisseo e Calipso: i sette anni del Canto V lo tratta verso per verso. In breve, Odisseo trascorre sette dei vent'anni di assenza su un'isola con la ninfa Calipso, che gli offre l'immortalità e viene rifiutata, perché lui sceglie di tornare da una moglie mortale, su una terra piccola e pietrosa dove un giorno morirà.

Lascia l'isola su una zattera che Poseidone distrugge, arriva nudo sulla costa dei feaci e dorme sotto degli ulivi, coperto di foglie. È il punto più basso del poema: non gli resta nessuno dei quattro pezzi dell'identità, né terra, né compagni, né beni, né nome. In quello stato incontra Nausicaa, figlia del re, e si ricostruisce con l'unico strumento che gli resta, la parola: un discorso breve e calcolato, senza toccarla, che chiede solo abiti e la direzione della città.

Accolto a palazzo, ancora senza dire il proprio nome, ascolta un aedo cieco, Demodoco, cantare le gesta della guerra di Troia, e piange nascosto nel mantello. Il re Alcinoo se ne accorge e gli chiede chi sia, e solo allora, alla fine del Canto VIII, Odisseo finalmente si presenta.

Canti IX-XII: le avventure che lo stesso Odisseo racconta a tavola

Ecco una delle trovate strutturali più geniali del poema: gli episodi più famosi dell'Odissea, il Ciclope, Circe e le Sirene, non sono narrati da Omero. Li racconta lo stesso Odisseo, alla tavola dei feaci, in un flashback, a persone che ha appena conosciuto. Un uomo che ha perso il nome, la terra e i testimoni sta rifacendo il quarto pezzo dell'identità, il passato, nell'unico modo che gli resta: raccontandolo.

Nella grotta del ciclope Polifemo, figlio di Poseidone, Odisseo e i compagni restano intrappolati dietro un masso che nessun uomo può spostare, e il gigante comincia a divorarli, due alla volta. Per fuggire, Odisseo dà vino al ciclope, prepara di nascosto un piolo e, quando gli viene chiesto il nome, risponde:

"Nessuno è il mio nome." (Odissea, IX, 366; fonte in portoghese consultata: Christian Werner, Cosac Naify, 2014)

Oûtis, in greco. Per sopravvivere, rinuncia al primo dei quattro pezzi: il nome. E funziona. Accecato, Polifemo grida che "Nessuno" lo ha attaccato, i vicini concludono che deliri e se ne vanno, e Odisseo fugge legato sotto un montone. Ormai libero, grida indietro il proprio vero nome, insieme alla stirpe e alla terra, e ne paga un prezzo alto: Polifemo chiede al padre, Poseidone, che quell'uomo non torni mai a casa. E non torna, per altri dieci anni.

Nell'isola successiva, la maga Circe trasforma parte dei compagni in porci, con la mente umana intatta all'interno, e Odisseo la costringe a sciogliere l'incantesimo. Quella scena avrà, secoli dopo, un seguito inaspettato: il filosofo Plutarco scrisse un dialogo in cui uno dei porci, chiamato Grillo, rifiuta di tornare uomo, perché ritiene che il coraggio e la temperanza, che a un uomo costano una vita intera di sforzo, nell'animale vengano già di serie. È la tesi stessa del poema trasformata in un'obiezione vivente: si può essere smontati e trovarsi bene. Ciò che separa Odisseo da Grillo non è il viaggio, entrambi hanno viaggiato. È volere tornare.

Più avanti, le Sirene non offrono piacere, bensì conoscenza totale: promettono di raccontare tutto ciò che è accaduto a Troia e tutto ciò che accade sulla terra, esattamente ciò che tenterebbe di più un eroe la cui eccellenza è capire. Sapendo che non avrebbe resistito, Odisseo fa tappare con la cera le orecchie dei compagni e chiede di essere legato all'albero prima di avvicinarsi all'isola. Vuole ascoltare, solo non vuole poter obbedire. Non si fida della propria forza di volontà, ed è proprio per questo che sopravvive.

Canti XIII-XXIV: il ritorno travestito, Argo, la strage e la prova del letto

I feaci lasciano Odisseo a Itaca, addormentato, e Atena copre l'isola di nebbia perché non la riconosca subito. Da qui il poema ribalta il problema: fino a questo punto Odisseo lottava per essere riconosciuto, e ora lotta per non esserlo, travestito da mendicante, dormendo nella capanna del porcaro Eumeo, subendo colpi dentro casa propria senza reagire.

Il primo a riconoscerlo non è una persona: è il suo cane, Argo, che aveva allevato prima di partire e che ora è vecchio, abbandonato su un mucchio di letame. Il cane scodinzola, senza forze per alzarsi, e muore lì, dopo vent'anni di attesa. È il riconoscimento più puro del poema, l'unico che non richiede alcuna prova.

Poi arriva la strage dei pretendenti, nella sala di casa sua, e il poema non addolcisce nulla: insieme a loro muoiono anche dodici schiave, impiccate per ordine di Telemaco. Leggere un classico non significa essere d'accordo con lui. Significa vedere ciò che l'opera vede, e anche ciò che non vede, le due cose insieme, senza sceglierne una.

Ma la strage non basta come prova di identità. Penelope, l'ultima della casa a convincersi, sottopone Odisseo alla prova più rigorosa del poema, e anche quell'episodio ha un articolo tutto suo: Penelope e la prova del letto, nell'Odissea racconta perché lei ordina di portare fuori dalla stanza il letto, e perché quella scena decide tutto.

La tesi: un eroe smontato e ricostruito

Metti insieme i pezzi, e la lettura dell'Odissea come semplice storia di un viaggio, o di un marito che ci ha messo troppo, si sgretola. Il poema toglie a Odisseo, una alla volta, le quattro cose che lo rendevano qualcuno, il nome, la stirpe, la terra e il passato, e gliele restituisce quasi in ordine inverso: prima il corpo e la parola, sulla spiaggia dei feaci; poi il nome, perso e recuperato nella grotta del Ciclope; poi la terra, ripresa con la forza nella strage; e infine il passato, che si completa solo quando Penelope, giudice della ricostruzione, riconosce in lui il marito partito.

Non si ricostruisce con la forza. Il mondo greco prima di Omero venerava Achille, la forza pura, il guerriero che muore giovane e diventa statua. Omero prende quel mondo e dice altro: l'uomo che torna a casa non è il più forte, è quello che pensa meglio. Achille insegna a morire con onore. Odisseo insegna a tornare, e torna grazie alla métis, alla parola e alle alleanze, dal Mentore che compare nella Telemachia fino al letto che solo lui, Penelope e una serva conoscevano alla fine.

Per questo l'Odissea continua a essere letta da chi ha già perso qualcosa di grande e ha dovuto ricominciare. Il poema più antico dell'Occidente sul tornare a essere qualcuno non promette che sia veloce, né che si torni uguali. Promette che tornare è possibile.

Questa lettura completa, canto per canto, è quella su cui si fonda la lezione video di Nous sull'Odissea. Per chi legge in portoghese, Nous consiglia la traduzione di Frederico Lourenço, fatta direttamente dal greco e in versi. Per chi legge in un'altra lingua, vale lo stesso criterio dato dalla lezione: cercare un'edizione tradotta direttamente dal greco, e non da una lingua intermedia.

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Domande frequenti

Qual è il riassunto dell'Odissea, di Omero?

È la storia di Odisseo che cerca di tornare dalla guerra di Troia a Itaca. Il poema apre con il figlio, Telemaco (canti I-IV), mostra il naufragio sulla costa dei feaci (V-VIII), torna indietro nel tempo per le avventure con il Ciclope, Circe e le Sirene, raccontate dallo stesso Odisseo (IX-XII), e chiude con il ritorno travestito, la strage dei pretendenti e il ricongiungimento con Penelope (XIII-XXIV).

Odisseo e Ulisse sono la stessa persona?

Sì. "Ulisse" non è una traduzione del nome greco Odisseo: è una forma arrivata all'italiano tramite il latino, a sua volta derivato da una variante dialettale greca trasmessa dagli etruschi. I due nomi indicano lo stesso eroe, ed è per questo che si cercano entrambi.

Qual è la tesi centrale dell'Odissea?

Che l'identità, per il greco antico, è fatta di quattro pezzi, nome, stirpe, terra e passato, e nessuno dipende solo dalla persona: tutti e quattro dipendono dal fatto che qualcun altro li riconosca. Il poema toglie i quattro pezzi a Odisseo, uno alla volta, per restituirli in ordine inverso.

Continuare: Odisseo e Calipso: i sette anni del Canto V · Penelope e la prova del letto, nell'Odissea · "Nessuno": Odisseo e il Ciclope · Nel quadro di Turner, il gigante quasi non si vede
Classe di origine: Odisseia, de Homero