San Socrate, prega per noi: cosa intendeva Erasmo

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Nel Cinquecento, l'umanista Erasmo da Rotterdam scrisse un dialogo sui pagani virtuosi, e uno dei personaggi, arrivando alla scena della morte di Socrate, si commuove e dice: "San Socrate, prega per noi." La frase circola da sola da secoli, quasi sempre senza il contesto che spiega cosa vuole, e cosa non vuole, dire.

Il dialogo che ha creato la frase

Nel 1522, Erasmo pubblicò i Colloquia familiaria (Colloqui), una raccolta di dialoghi in latino pensati per insegnare la buona conversazione e, allo stesso tempo, discutere di fede e costumi. Uno di essi, il "Convivium religiosum" ("Il banchetto religioso"), riunisce un gruppo di amici a tavola in una conversazione sulla virtù pagana: un uomo che non ha mai udito il Vangelo può aver vissuto bene, e persino essere morto bene? La conversazione arriva a Socrate, ed è ricordando la scena della sua morte che uno dei commensali pronuncia la frase rimasta celebre:

"Sancte Socrates, ora pro nobis." Erasmo, Colloqui, "Il banchetto religioso" (Convivium religiosum), 1522.

In italiano: San Socrate, prega per noi.

Di chi è la frase, e cosa afferma

La prima cosa da correggere riguarda l'autore. A parlare è un personaggio del dialogo, non Erasmo in prima persona, e il testo segna questa distanza. Questo conta perché la frase non è mai stata una vera canonizzazione. La Chiesa non canonizza chi è vissuto e morto prima di Cristo, e nulla nel testo di Erasmo propone sul serio una cosa simile.

Ciò che la frase riconosce è più circoscritto, e per questo più interessante: una parentela. Socrate, ormai settantenne, ebbe la possibilità di salvarsi la vita a una sola condizione, smettere di esaminare in pubblico le certezze su cui si reggeva Atene. Rifiutò l'accordo, e scelse di morire piuttosto che continuare a vivere in silenzio. Chi muore per non tradire la verità che vede sta già facendo, senza il nome cristiano per questo, ciò che i cristiani chiamano fedeltà.

Perché la morte di Socrate, tra tante morti antiche

Molti morirono per convinzione nell'antichità, e non ogni morte convinta diventa simbolo di fedeltà alla verità. Quella di Socrate ha un tratto specifico che spiega perché ha attraversato i secoli fino alla tavola di Erasmo: non morì combattendo per il potere, per la terra o per l'onore della famiglia. Morì dopo decenni passati a chiedere alla gente di Atene se sapesse davvero ciò che diceva di sapere, e rifiutò l'unica via che lo avrebbe tenuto in vita, tacere. La coerenza tra ciò che visse e il motivo per cui morì è ciò che rende la scena leggibile, per un cristiano del Cinquecento, come parabola di una virtù riconosciuta dall'esterno.

Cosa non è la frase

Vale la pena segnare anche l'altro limite, perché protegge la lettura dall'eccesso. Riconoscere una parentela non cancella la differenza. Erasmo non sta dicendo che la virtù naturale di un filosofo pagano equivalga alla fede rivelata, né che basti esaminare la propria vita per arrivare dove arriva la fede. Sta facendo un gesto molto più modesto e molto più umanista: guardare un uomo morto per fedeltà alla verità che vedeva, e riconoscere in lui un parente lontano della fedeltà che il cristianesimo chiama con un altro linguaggio.

È lo stesso tipo di approccio che pratica anche Nous, quando legge un filosofo pagano attraverso una lente che lui stesso non aveva. Non si tratta di fondere i due mondi. Si tratta di notare dove uno prepara il terreno che l'altro semina.

La scena di Erasmo è un commento sulla morte di Socrate, non sulla sua vita. Per capire perché arrivò a quel processo e a quella coppa di veleno, e cosa passò tutta la vita a chiedere per le strade di Atene prima di allora, vale la pena vedere la lezione da cui nasce questo articolo.

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Domande frequenti

Cosa significa "San Socrate, prega per noi"?

È la battuta di un personaggio del dialogo "Il banchetto religioso", di Erasmo da Rotterdam (1522). Davanti alla morte di Socrate, si commuove e chiede l'intercessione del filosofo come si chiederebbe quella di un santo. Non è una vera canonizzazione: è un gesto che riconosce una parentela tra la fedeltà di Socrate alla verità e la fedeltà cristiana.

Erasmo pensava che Socrate fosse un santo?

No. La frase esce dalla bocca di un personaggio del dialogo, non di Erasmo che parla in prima persona, e la Chiesa non canonizza chi è vissuto prima di Cristo. Quello che il testo suggerisce è più modesto: chi muore per non tradire la verità che vede sta già praticando, senza il nome cristiano per questo, qualcosa di vicino alla fedeltà che i cristiani venerano nei santi.

Da quale opera di Erasmo viene la frase?

Dai Colloquia familiaria (Colloqui), del 1522, nel dialogo "Convivium religiosum" ("Il banchetto religioso"). È una raccolta di dialoghi in latino sulla buona conversazione, la fede e i costumi, e questo discute, nello specifico, se un pagano virtuoso possa essere vissuto, e morto, bene.

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