La frase "conosci te stesso" era incisa nella pietra del tempio di Apollo, a Delfi, secoli prima che Socrate nascesse. Lì non era un invito all'autoesame: era un avvertimento duro, ricordati che sei mortale, e non un dio. Socrate ereditò quell'iscrizione e ne fece qualcosa che nessuno aveva fatto prima. Trasformò un freno in un metodo.
Un avvertimento, non un invito
Nel tempio dove la sacerdotessa rispondeva alle domande dei visitanti, "gnôthi seautón" svolgeva la funzione di promemoria del limite. Chi arrivava fin lì, spesso esaltato dalla propria fortuna o dalla propria fama, doveva sentirsi dire che non era un dio, e che la fortuna poteva cambiare. Era questo, e non l'introspezione, ciò che l'iscrizione chiedeva. Il tempio non invitava nessuno a guardare dentro di sé in cerca di sé stesso, invitava a ricordare la propria misura davanti agli dei.
Cosa ne fece Socrate
Socrate eredita la frase e ne cambia completamente l'uso. Per lui, conoscere se stessi non significa frugare nei propri sentimenti, né scoprire cosa ti piace. Non è guardare dentro di sé in cerca di contenuti, come oggi chiameremmo l'autoconoscenza. È più scomodo di così: è tracciare la linea tra ciò che sai davvero e ciò che ripeti soltanto con sicurezza, perché lo hai imparato da qualcuno, perché è sempre stato così, o perché non hai mai avuto motivo di dubitarne.
Una linea che nessuno traccia da solo
Ed ecco il punto più strano, e anche il più utile, del metodo socratico: quella linea non si vede nella solitudine della propria stanza. Appare quando qualcuno domanda. Per questo l'autoconoscenza, nel modo in cui la praticava Socrate, è quasi l'opposto dell'introspezione moderna. Non è un esercizio che si fa chiudendo gli occhi e rivolgendo l'attenzione verso l'interno. È una pratica che ha bisogno di due persone, una che chiede e l'altra che risponde, finché la risposta non incontra qualcosa che non regge più.
Perché questo infastidisce ancora
L'istinto contemporaneo tratta l'autoconoscenza come un compito privato: un diario, un ritiro, un momento in solitudine. Socrate propone il contrario, ed è per questo che il suo metodo infastidisce ancora oggi. Ricorda che esiste un tipo di illusione su se stessi che resiste alla riflessione solitaria, perché la mente da sola tende a confermare ciò che già pensa. Solo una domanda che viene da fuori riesce a toccare esattamente il punto che la persona non ha mai esaminato, perché non ha mai avuto motivo di esaminarlo.
Cosa resta
L'iscrizione del tempio continua a dire quello che ha sempre detto: ricordati il tuo limite. Ciò che Socrate ha aggiunto è stato il percorso per arrivarci, e quel percorso non è mai solitario. Appare, per esempio, nella scena più didattica che Platone abbia registrato, quella di un ragazzo che arriva da solo alla risposta giusta, ma mai senza qualcuno che gli faccia domande, nel dialogo Menone. È la stessa pratica che dà il nome alla maieutica, ed è il tema della lezione di Nous su Socrate e il conosci te stesso.
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Cosa significa "conosci te stesso"?
La frase era incisa nel tempio di Apollo, a Delfi, secoli prima di Socrate. Lì era un avvertimento: ricordati che sei mortale, e non un dio. Socrate ereditò la frase e la trasformò in un metodo, spostando il senso da avvertimento a pratica di autoesame.
La frase "conosci te stesso" è di Socrate?
No. L'iscrizione esisteva già nel tempio di Delfi prima che lui nascesse, e il suo autore originale è incerto. Ciò che appartiene a Socrate è l'uso che ne fece: trasformare un avvertimento religioso in un metodo di indagine su ciò che una persona sa davvero.
Come praticava Socrate l'autoconoscenza?
Non come introspezione solitaria. Per lui, conoscere se stessi significava tracciare la linea tra ciò che sai davvero e ciò che ripeti soltanto con sicurezza, e quella linea appare solo quando qualcuno domanda. Per questo il metodo socratico è sempre una pratica tra due persone.
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